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Eutanasia legale, senso di civiltà o meno?

L’eutanasia legale, può essere considerata un senso di civiltà o meno? La questione ancora divide, anche se c’è una forte corrente a favore.

L’eutanasia legale rimane ancora oggi una questione che divide la società. Può essere considerata un senso di civiltà o meno?

L’eutanasia è il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattiamenomazione o condizione psichica.

Rendere legale o meno tale pratica e’ tutt’altro che risolta anche se c’è una forte corrente a favore. Tutto gira attorno al fattore legale e anche su quello religioso.

Il caso giuridico che riporteremo e’ quello di Piergiorgio Welby.

Piergiorgio Welby era affetto da un gravissimo stato morboso degenerativo, clinicamente diagnosticato quale “distrofia fascioscapolomerale”. La sua sopravvivenza era assicurata esclusivamente per mezzo del respiratore automatico al quale era stato collegato sin dall’anno 1997.

I trattamenti sanitari praticati avevano come fine quello di mantenere le funzioni essenziali alla sopravvivenza biologica.

Welby, dopo essere stato informato sulla sua condizione irreversibile e a quali trattamenti veniva sottoposto, chiedeva al medico di non essere ulteriormente sottoposto alle terapie di sostentamento.

In particolare, Welby chiedeva il distacco dall’apparecchio di ventilazione, sotto sedazione.

Il medico, tuttavia, si rifiutò di accogliere la richiesta di Welby, in considerazione degli obblighi ai quali si riteneva vincolato.

Welby, decise di procedere per vie legali attraverso un ricorso d’urgenza, ex art. 669 ter e 700 c.p.c., volto ad ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale.

In particolare i legali  basavano la richiesta sul rifiuto delle cure, fondato sull’articolo 32 della Costituzione italiana e sul diritto di autodeterminazione dell’individuo pure riconosciuto dall’art. 13 della Carta Costituzionale.

Il giudice, tuttavia, ritenne inammissibile il ricorso in quanto privo di tutela giuridica pur riconoscendogli l’esistenza di un diritto soggettivo. (la richiesta di interruzione del trattamento sanitario)

Mancava, secondo il giudice, nel sistema giuridico italiano una normativa specifica atta a regolamentare le decisioni di fine vita in un contesto clinico.

Welby, tuttavia, era deciso di proseguire nel suo intento, trovando il dott. Mario Riccio disponibile a venir incontro alle sue esigenze. 

Il dott. Mario Riccio, dopo aver ripetutamente ottenuto il consenso ed aver sedato il paziente, ha proceduto al distacco del ventilatore automatico.

Io credo nel dovere morale del medico di portare a morte un paziente

dott. Mario Riccio

Secondo il GIP, il dott. Mario Riccio e’ colpevole di aver commesso il reato di omicidio del consenziente, previsto dall’articolo 579 del codice penale. Il procedimento, tuttavia, si conclude con una sentenza di non luogo a procedere nei confronti del medico.

Per il dottor Riccio l’ipotesi migliore di una legge in Italia sarebbe la versione olandese dell’eutanasia, ovvero massima libertà di scelta per tutti.

Il caso Welby mette in luce il vuoto normativo sulla questione, mutando la percezione e la sensibilità dell’opinione pubblica su questo delicatissimo tema.

Ed e’ proprio questo vuoto normativo che ha portato Marco Cappato ha chiedere, un referendum a favore dell’eutanasia legale che punta a depenalizzare l’articolo 579 del codice penale.

La raccolta firme per il referendum sulla legalizzazione dell’eutanasia ha già toccato quota 750 mila, sulle 500mila necessarie, superando così la soglia di “sicurezza” per tornare in Cassazione, al riparo da ogni possibile errore, disguido o ritardo nella consegna.

La Chiesa cattolica è schierata nettamente contro l’eutanasia, considerando tali pratiche equivalenti all’omicidio o al suicidio.

Per la Santa Sede “una persona che sceglie con piena libertà di togliersi la vita rompe la sua relazione con Dio e con gli altri e nega se stessa come soggetto morale. Il suicidio assistito ne aumenta la gravità, in quanto rende partecipe un altro della propria disperazione, inducendolo a non indirizzare la volontà verso il mistero di Dio”, e “di conseguenza a non riconoscere il vero valore della vita e a rompere l’alleanza che costituisce la famiglia umana”.

“Tutelare la dignità del morire significa escludere sia l’anticipazione della morte sia il dilazionarla con il cosiddetto ‘accanimento terapeutico’. La medicina odierna dispone, infatti, di mezzi in grado di ritardare artificialmente la morte, senza che il paziente riceva in taluni casi un reale beneficio”. 

Gli italiani la pensano diversamente. Vi e’ una forte corrente a favore.

Fonte copertina: Luce!

Per altre news: RassegnaSerale

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