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Etica utilitarisica ed etica deontologica. Tra Kant, Mill, Hume e Rawls

L’etica utilitaristica è quell’etica che identifica il bene con l’utile; il primo a utilizzare il termine utilitarista in campo etico fu Mill (1808-1873). L’etica deontologica (dal greco: deon e logìa “studio del dovere”) è l’etica che identifica il bene con il dovere e si basa su un codice.
Uno dei maggiori filosofi ad esporre un’etica deontologica fu Kant.

Vi è un modo per sapere se le nostre azioni sono morali o meno? Anzitutto definiamo morali gli atti che sono valutabili da un giudizio morale e che possono essere moralmente buoni o moralmente cattivi.
Tutti gli atti che non sono valutabili in tal maniera e che quindi non possono essere moralmente identificati, sono moralmente indifferenti.

Il modo per giudicare moralmente buone le nostre azioni, è compiere un test di universalizzabilità, ovvero un esperimento mentale per capire se le azioni che al momento sto compiendo dovrebbero essere quelle compiute da chiunque altro si trovi nella stessa situazione in cui sono.

Il fulcro della morale kantiana è l’imperativo categorico, ovvero il modo in cui la legge morale entra in contatto con la coscienza umana. L’uomo è libero e responsabile delle proprie scelte, e anche il delinquente più incallito ha una libera volontà; può rispettare la legge o trasgredirla. L’imperativo è categorico quando ha una accezione morale perché vale incondizionatamente e non dipende da nulla. Se viene meno questa assolutezza, siamo davanti all’imperativo ipotetico, così chiamato perché il comando è legato al voler raggiungere uno scopo. L’imperativo ipotetico non è né morale né immorale,ma indifferente. Quello categorico è oggettivo e universalmente valido.

“Quando penso un imperativo ipotetico in generale, io non so anticipatamente ciò che esso conterrà; almeno sinché non me ne sia data la condizione. Se invece penso un imperativo categorico, io so immediatamente ciò che esso contiene. […] L’imperativo categorico è dunque uno solo, e precisamente questo: agisci soltanto secondo quella massima per mezzo della quale puoi insieme volere che essa divenga una legge universale” (I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, 1785).


Il soggetto, per Kant, deve adottare una massima, quindi un principio soggettivo, tale che possa valere per ogni essere razionale. Così agisce in maniera moralmente buona. Gli interpreti dunque hanno parlato di test di universalizzabilità: per valutare una massima, il soggetto, deve chiedersi se tale principio può diventare oggettivo, ovvero universalizzato. Se questo non può avvenire il principio non può valere come legge pratica.


L’imperativo categorico di Kant è stato sottoposto a numerose critiche. Le due principali denunciano una dipendenza dell’etica dalla logica, e un finto carattere di purezza dell’imperativo categorico.
In qualche modo sembra che Kant abbia previsto queste accuse, e fa delle precisazioni che potrebbero essere una sorta di autodifesa.
Per quanto riguarda la prima accusa Kant afferma che una nostra trasgressione non è dovuta né a un errore logico né ad un non riconoscimento della validità dell’imperativo categorico.

“Ora, se noi prestiamo attenzione a noi stessi in ogni trasgressione di un dovere, troviamo che in realtà non vogliamo che la nostra massima debba diventare una legge universale, perché ciò ci è impossibile, bensì vogliamo, piuttosto, che il contrario di essa debba restare una legge universale; solo che ci prendiamo la libertà, per noi (o anche solo per questa volta), di fare una eccezione a vantaggio della nostra inclinazione” (I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, pt II).

Per quanto riguarda la seconda obiezione si potrebbe richiamare la seconda formulazione dell’imperativo categorico, ovvero: “Agisci in modo da trattare l’umanità, così nella tua persona, come nella persona di ogni altro, sempre insieme come fine, mai semplicemente come mezzo” (I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, pt II). Questa seconda obiezione era stata portata avanti da Mill che riteneva fosse impossibile fondare una legge morale senza avere come fine l’utile. Infatti nella sua morale l’uomo non è il fine, bensì il mezzo per la felicità collettiva.


L’etica di Mill è sviluppata nella sua opera L’utilitarismo (1861). All’interno del I capitolo egli cita la prima formula dell’imperativo categorico di Kant, accompagnandola da alcune critiche:
 Anche i sostenitori di una morale a priori, nel momento in cui si preoccupano di giustificare il principio del dovere, devono ricorrere a delle “argomentazioni utilitariste”;
 La mancata universalizzazione viene respinta affermando che nessuno vorrebbe esporsi alle conseguenze, e questa è una motivazione utilitarista.


Il fondamento della morale in Mill è l’utile, detto principio della massima felicità. Questo perché le azioni morali procurano felicità, mentre quelle immorali dolore. Riprende le idee di Bentham ma vi introduce delle correzioni, tra cui una modifica nel calcolo dei piaceri e dei dolori, che da quantitativo (in Bentham) diventa qualitativo. Per questo Mill ritiene insensata una critica rivolta all’utilitarismo, accusato di difendere un edonismo materialistico.


Mill si difende dalla critica che vede nell’utilitarismo l’annullamento della dimensione del dovere, non negando l’esistenza del dovere e dell’obbligo morale, ma mettendolo in secondo piano rispetto alla ricerca dell’utile. Ma la stessa dottrina utilitarista è soggetta al sacrificio di sé per ricercare la felicità, poiché con felicità si intende una felicità collettiva, di tutti gli interessati. Qui sta l’universalità di Mill , ovvero nel mettere in primo piano la felicità collettiva. Per questo “l’utilitarismo richiede a chi agisce di essere rigorosamente imparziale, uno spettatore disinteressato e benevolo” (J.S. Mill – L’utilitarismo).


L’imparzialità dunque è requisito necessario per il giudizio morale, perché serve per distinguere la felicità degli altri da quella propria. Anche se Mill non utilizza mai il termine universalizzazione vi è un chiaro intento di mettere in atto una simile procedura. Per riuscire a compiere atti morali e massimizzare la felicità Mill propone di rifarsi alla regola d’oro di cui parla Gesù di Nazareth perché attraverso questa “Possiamo leggere tutto lo spirito dell’etica utilitarista. Fare agli altri quello che si vorrebbe gli altri facessero a noi, e amare il prossimo come se stessi, costituiscono la perfezione ideale della moralità utilitarista” (J.S. Mill – L’utilitarismo).

Per quanto riguarda l’etica utilitaristica prenderò in esame la filosofia di Hume, filosofo del 1711, mentre per l’etica deontologica prenderò in esame il filosofo contemporaneo Rawls.

Hume parla di morale nel suo Trattato sulla natura umana (1739). Come riusciamo, per Hume, ad agire moralmente? Ciò che spinge all’agire morale è un impulso naturale. Hume fonda la sua etica sulla base delle passioni, che influenzano il comportamento e l’agire, e non sulla ragione. Infatti, a differenza di ciò che si è soliti pensare nella storia della filosofia la ragione non ha un primato sulle passioni e questa “non può mai contrapporsi alla passione nella guida della volontà” (D. Hume, Trattato sulla natura umana, libro II, pt. III).

Per Hume non vi è nessuna necessità di affinamento o trasformazione o di un’educazione di una componente affettiva: le passioni sono naturali e non irragionevoli, infatti qualsiasi tentativo di correzione risulta insensato. Nel suo trattato Hume dà vita ad una sorta di etica naturalistica, con l’obiettivo di fare una descrizione della natura umana. Nella sua vita l’uomo non dispone di verità evidenti e indiscutibili, non possiede certezze, ma può soltanto contare sulle passioni che non sono cieche né inaffidabili: la conoscenza e l’esperienza morale si esprimono tramite un’insieme di passioni, di desideri e di istinti. L’obiettivo del trattato di Hume è quello di una scienza descrittiva ed esplicativa ispirata al modello della scienza newtoniana.


Di notevole importanza per Hume è il ruolo che ha la simpatia, che è come una tendenza naturale attraverso la quale noi siamo in grado di entrare in comunicazione con gli altri, di comprenderne i sentimenti personali, sebbene diversi dai nostri, siamo in grado di sentire come nostre le passioni altrui. Senza la simpatia non ci sarebbe quella “grande uniformità” presente negli appartenenti ad uno stesso popolo, e grazie a questa siamo interessati emotivamente della sorte degli altri al di là dell’egocentrismo e del solipsismo.

Grazie alla simpatia possiamo considerare moralmente buone anche quelle qualità che non sono immediatamente vantaggiose per noi, ma lo sono comunque per gli altri, per la collettività. Nel suo saggio Ricerca sui principi della morale (1751) attribuisce al sentimento il ruolo di approvare o disapprovare un comportamento a seconda che sia utile o dannoso; Ma l’utile o il dannoso nel caso particolare li stabilisce la ragione.


Nel libro III del Trattato sulla natura umana si trova la Legge di Hume:
In un discorso è utile distinguere le proposizioni descrittive (che dichiarano ciò che una cosa è) da quelle prescrittive (ovvero ciò che deve essere), poiché filosofi, soprattutto della morale, hanno trasformato l’ “essere” in un “dover essere”.


«In ogni sistema morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule è o non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o un non deve; si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha, tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi deve, o non deve, esprimono una nuova relazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati».
In questo modo Hume critica la morale deontologica, che si basa sul dovere che conduce al giusto, rafforzando invece la sua che si basa sulle passioni che guidano all’utile.

Rawls, di contro, critica l’utilitarismo che concepisce il bene come utilità o benessere sociale nella sua opera Una teoria della giustizia (1971). Fa una distinzione terminologica tra le teoria teleologica e la teoria deontologia: la prima individua il fine dell’agire nel bene che è indipendente dal giusto; la seconda (deon: ciò che è necessario fare / ciò che si deve fare) stabilisce il primato del giusto e che il bene dipende dal giusto. Rimarca la superiorità della deontologia e di un approccio teorico kantiano.


Per Rawls l’utile, il benessere sociale o la felicità individuale che possono rappresentare degli obiettivi da perseguire sono pur sempre dipendenti dal giusto. L’azione moralmente giusta non dipende da un fine non morale come per esempio quello dell’utile. L’azione moralmente giusta dev’essere conforme ai due principi di giustizia:
 Il primo dice che i cittadini di una società giusta devono tutti avere stessi diritti e stesse libertà (libertà politica, di parola, di pensiero…)
 Il secondo dice che possono esserci in una società ineguaglianze economiche e sociali che però portino ad un beneficio comunitario ed ad uguali opportunità per tutti, anche ad accedere alle cariche o posizioni stesse.

I principi di giustizia sono quei principi che gli individui scelgono “in una posizione originaria” per regolare i loro rapporti su un piano di parità e reciprocità. Ma per riuscire ad accordarsi gli individui devono essere “indifferenti agli interessi altrui” cioè non devono sapere quale sia il posto altrui in società, quale sia il loro status sociale, quali doti naturali e capacità personali hanno, a quale generazione appartengono, ma devono soltanto avere informazioni generali fornite da sociologia, psicologia ed economia sulla struttura delle società umane. Questa è un’etica basata sul criterio di imparzialità, anche chiamato da Rawls velo di ignoranza.


“L’idea della posizione originaria è quella di stabilire una procedura equa di modo che, qualunque siano i principi su cui ci si accorda, essi saranno giusti.” (J. Rawls – Una teoria della giustizia).


Equa sarà chiamata quella procedura che permetterà alle parti di accordarsi sui due principi di giustizia; e le parti, per accordarsi, devono valutare l’adeguatezza dei principi sulla base di considerazioni generali, non sulla base del proprio caso personale.
Infine si possono ritrovare delle analogie con l’etica kantiana, in quanto il velo di ignoranza è implicito, secondo la visione di Rawls, in Kant.

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