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La Locomotiva, la “bomba proletaria” che sfidò re e tiranni (Francesco Guccini)

Una delle canzoni più famose di Francesco Guccini è indubbiamente La Locomotiva, contenuta nell’album Radici, del 1972. La canzone ci racconta le gesta di Pietro Rigosi, anarchico, che nella seconda metà dell’Ottocento, quando la macchina a vapore sembrava permettesse di dominare all’uomo su tutto, tentò un disperato suicidio cercando di schiantarsi contro un treno con una locomotiva di cui si era impossessato.

Il gesto fallì, poiché venne deviata la locomotiva su una linea morta, e Rigosi non morì, ma, ridotto in gravi condizioni, gli fu amputata una gamba, e il suo volto rimase sfigurato. Celebre fu la risposta che diede quando gli chiesero il perché di quel folle gesto: «Che importa morire? Meglio morire che essere legato!» A questa vicenda si ispirò Guccini nello scrivere una ballata, dalla durevole durata, più di 8 minuti, elogiata da Giorgio Gaber che disse ai Bolognesi di tenersi stretto il loro Guccini, poiché: “Uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva, può scrivere davvero di tutto!”

Guccini racconta in maniera poetica questa storia, rendendo più romantico il gesto e raccontandoci questa locomotiva come se rappresentasse, in quell’eroico momento, tutta la giustizia proletaria che si abbatteva contro un treno pieno di signori:

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione, 
un treno di lusso, lontana destinazione: 
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori, 
pensava al magro giorno della sua gente attorno, 
pensava un treno pieno di signori...

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo 
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto. 
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura 
e prima di pensare a quel che stava a fare, 
il mostro divorava la pianura...

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva 
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva 
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: 
"Fratello, non temere, che corro al mio dovere! 
Trionfi la giustizia proletaria!"


La storia non finì bene per il macchinista, per il nostro eroe che, come tutti gli eroi, è giovane e bello. Ma la storia ci insegna, ci aiuta a capire, e Guccini ha voluto immortalare attraverso la sua poesia un gesto che, seppur estremo, era pregno di significato, di perché e di potenza. Andava al di là del singolo gesto e si univa a tutto un insieme di gesti, alla lotta contro ai re e ai tiranni per dare spazio alla giustizia proletaria. E si aspetta il giorno in cui, come dice il finale della canzone, risentiremo: di una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.
Vi lascio, infine, con una versione live della canzone, del 1982, a 10 anni dall’album, estratta da un concerto:

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Fondatore della pagina. I miei interessi principali sono la tecnologia, la scienza e gli anime. Il mio obbiettivo? Trasmettere la mia passione ai miei visitatori.

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